IL PUNTO di Paolo Uggè

Una settimana parlamentare che, se ha visto da un lato l’avvio dell’esame della legge di bilancio con un numero spropositato di emendamenti, dall’altro ha registrato un aumento della litigiosità all’interno delle forze politiche, anche della stessa maggioranza. Una situazione della quale il Paese non sente proprio la necessità.


La situazione più deflagrante è quella legata alla vicenda del Mes (il Meccanismo Europeo di Stabilità) che sta facendo registrare uno scambio virulento di reciproche accuse che vede protagonisti il presidente Conte ed il leader della Lega Matteo Salvini.


Il secondo accusa il premier Conte di aver accettato un accordo penalizzante per il Paese che vede, da un lato la partecipazione alla formazione del capitale, pari a 125,3 miliardi di euro (l’Italia, ha versato 14,3 miliardi di euro ad oggi), dall’altra la possibilità di adire al fondo, così prevede il MES, solo se sussistono le condizioni stabilite a livello europeo. E’ su questo aspetto, non irrilevante, che si concentra lo scontro. Tra le condizioni previste, infatti, vi è anche il rapporto debito PIl, stabilito nel 60%. È noto che il nostro Paese non lo rispetta. Questo, unito ad altri parametri restrittivi, vedrebbe l’Italia partecipante alla formazione del capitale ma di fatto impossibilitata ad usufruirne. Ciò che è peggio è la possibilità di costringere a percorsi di ristrutturazione predefiniti ed automatici con il rischio di coinvolgere i risparmi degli italiani. Lasciamo ad altri la definizione nel merito. Matteo Salvini accusa il Presidente di aver sottoscritto un accordo a danno del Paese. Versione fortemente avversata dal Premier che ribalta le accuse sostenendo come su tale punto vi sia stato anche l’accordo del leader della Lega, e per questo annuncia querele. Ciò che non si riesce a capire è come sia possibile che non esista un’intesa scritta su un fatto così rilevante che riporti le decisioni assunte (oggi anche le discussioni condominiali si registrano nei verbali). Spinto dalla curiosità ho cercato negli atti parlamentari ed ho trovato sia la descrizione tecnico giuridica, elaborata dall’ufficio rapporti della Camera dei Deputati, riguardanti i contenuti del MES, che ne chiarisce i contenuti. Nel testo si riportano ben due risoluzioni ministeriali (Camera e Senato), a firma dei capigruppo di Lega e 5 Stelle, che impegnano il Governo a “non approvare modifiche che prevedano condizionalità penalizzanti… e comunque a “rendere note alle Camere le proposte di modifica prima di sottoscriverle”. Queste risoluzioni risalgono a poco dopo la metà del mese di giugno 2019. Mi domando allora su cosa si stia discutendo. Gli atti parlamentari sono chiari ed anche se vi fosse stata una riunione successiva, non sarebbe in grado di modificare le decisioni del Parlamento, che è sovrano. Il mio timore, quindi, è legato al rischio che in una simile situazione si determini una situazione incontrollata che potrebbe anche rimettere in discussione le intese raggiunte, almeno in parte, dall’autotrasporto con il Ministro dei Trasporti. La legge di bilancio rischia di divenire lo strumento attraverso il quale sviluppare una diatriba politica e le imprese interessate non vogliono pagare il conto.


La seconda questione è relativa alla situazione Ilva che vede coinvolti anche imprenditori dell’autotrasporto che non percepiscono quanto a loro dovuto. Anche in questo caso devo osservare come esista un contratto sottoscritto che preveda clausole ed impegni reciproci. Ritengo che la questione dello “scudo penale” per le conseguenze determinate da fattori risalenti a tempi precedenti la sottoscrizione del contratto, sia un fatto rilevante e che le parti, prima di ratificarlo lo abbiano valutato attentamente. Chi ha deciso di eliminare la clausola è stato il Governo italiano che ha gestito, a mio avviso, male la questione, innescando la reazione di una parte firmataria (anche un bambino comprende la delicatezza di quel punto). Non escludo certo che l’investitore abbia voluto approfittare dell’errore ma i patti sono da rispettare e non possono essere modificati unilateralmente. Possibile non vi sia stato nessuno che abbia evidenziato quanto l’eliminazione della clausola avrebbe determinato? Se così fosse definire chi l’ha consentito dilettanti allo sbaraglio mi pare il minimo. Anche in questo caso purtroppo le conseguenze ricadono in capo ai nostri operatori ed ovviamente ai lavoratori. Intanto le polemiche politiche montano e le soluzioni si allontanano.


Sulla vicenda Alitalia, (la terza criticità) siamo in una condizione assurda. Un Paese che vive di turismo non può sottovalutare il fattore accessibilità ed il tema dei collegamenti. Risolvere dando certezze ad investitori interessati anche in tema di riorganizzazione, ivi compreso il costo del lavoro, è decisivo. Invece sentir dire da chi rappresenta il Paese di non saper cosa fare è desolante. Così ci avviamo a probabili nuovi interventi dello Stato, il che incrementa il debito pubblico e ci riporta alle condizioni previste dal MES.


Gli eventi calamitosi di questi giorni stanno mettendo in ginocchio il Paese e la vita dei cittadini, oltre che i collegamenti necessari per l’economia. Già la linea ligure con la Francia soffre le conseguenze della sciagura determinata dal crollo del ponte Morandi. Ora si aggravano anche i collegamenti che interessano l’intera zona ovest del Paese. Di fronte all’annunciata chiusura del tunnel del Bianco, alle difficoltà in atto al Frejus, alle limitazioni esistenti per l’attraversamento della Svizzera, diventa evidente che se l’Austria ed il Tirolo vorranno proseguire nella scelta illegittima di introdurre ostacoli alla circolazione dei mezzi pesanti, non solo il trasporto patirà le conseguenze ma tutto il sistema produttivo nazionale andrà in difficoltà. Per questo ho sollecitato la ministro De Micheli, che il giorno 2 dicembre incontrerà la nuova Commissaria ai trasporti europea, ad essere determinata ed ottenere iniziative risolutive concrete. In tal senso il consiglio confederale di Confcommercio di questa settimana, ha dato mandato al presidente Sangalli di sollecitare l’azione del Ministro. Questo ultimo aspetto mi induce ad aprire una riflessione relativa all’ultima brillante intenzione di alcuni componenti del Governo. La revoca delle concessioni autostradali. A parte che, se attuata, si aprirà una vertenza legale che rischia di essere pesantissima (anche in questo caso gli atti di concessione, è immaginabile siano ben dettagliati e quindi il tempo della definizione del tribunale non potrà essere breve). Ciò che preoccupa è chi gestirà la rete autostradale dopo la disdetta? I concessionari? L’Anas? Sono quesiti rilevanti e decisivi. Non sarebbe più adeguato obbligare le società che gestiscono la rete autostradale ad attuare quanto previsto dalle concessioni e impegnare il Ministero competente (spesso si dimentica che al dicastero delle Infrastrutture è demandato l’onere dei controlli) a verificare gli interventi effettuati? Non sembra essere così difficile. Accertate le responsabilità con i tempi necessari si potranno chiedere gli eventuali danni, come previsto dalle concessioni e dalle leggi. Non vorrei invece ci trovassimo in un nuovo pasticcio, (il caso Ilva non insegna nulla?) nel quale i problemi di mobilità e della sicurezza si aggraveranno, e le richieste dei danni, se riconosciuti, graveranno comunque sulla collettività. Il Paese rischia di finire, da subito, in una situazione terribile per la mobilità, poi finanziariamente se dovesse uscire perdente dal giudizio della magistratura. 


A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, dice un vecchio adagio. Non sarà questa la strada per raggiungere così l’obiettivo della “decrescita felice” tanto sostenuta da una forza politica che lo persegue con perseveranza dal suo ingresso nella politica nazionale? Mi auguro invece sia solo incapacità e insipienza e demagogia spicciola. I segnali comunque esistono tutti ed i prossimi mesi, saranno decisivi e, speriamo, non tremendi. “Ma l’Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar…..” così cantava il grande Giorgio Gaber.
 

29 novembre 2019