

Secondo gli ultimi bollettini diffusi i casi di coronavirus in Italia hanno superato abbondantemente i 1100 e anche nel resto del mondo la diffusione della malattia continua ad estendersi e per questo l’Oms ha rivalutato il rischio di diffusione globale da alto a “molto alto”. In Italia le misure di precauzione per evitare il diffondersi rapido della malattia sono state prese, specie nei primi giorni, senza un perfetto coordinamento tra regioni e governo centrale, cosa che ha creato una certa confusione e un aumentato senso di insicurezza nei cittadini, bombardati da una quantità di informazioni impressionate ma non sempre precise o attendibili. Del resto questa è la prima epidemia nell’epoca dei social, nel bene e purtroppo anche nel male.
Adesso oltre che alla cura per le persone ammalate e alla prevenzione per contrastare il coronavirus (questioni principali), le istituzioni devono occuparsi dell’altro malato grave frutto di questa emergenza: l’economia. Secondo studi pubblicati in questi giorni l’impatto sul Pil potrebbe costare un calo tra l’1% e il 3%.
Tra le prime misure governative c’è stata la firma del ministro per l’Economia Gualtieri per sospendere i versamenti e adempimenti tributari dei residenti nelle zone più colpite dal virus (vedi qui). Altrettanto hanno fatto le banche con le rate per i mutui.
In una nota congiunta Abi, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Legacoop, Rete Imprese Italia e i sindacati Cgil, Cisl E Uil, hanno chiesto di valutare con equilibrio la situazione per procedere a una rapida normalizzazione, consentendo di riavviare tutte le attività ora bloccate e mettere in condizione le imprese e i lavoratori di tutti i territori di lavorare in modo proficuo e sicuro a beneficio del Paese, evitando di diffondere sui mezzi di informazione una immagine e una percezione, soprattutto nei confronti dei partner internazionali, che rischia di danneggiare durevolmente il nostro Made in Italy e il turismo.
Certo è che l’Italia è un Paese forte e possiede gli anticorpi per venire fuori dalla situazione che si è venuta a creare. E come ha detto in presidente di Confcommercio e di Unioncamere Carlo Sangalli in una intervista al quotidiano Avvenire, per fare fronte alla crisi che sta impattando duramente sul sistema Italia si di dovrà lavorare seriamente per “ricostruire la fiducia e per ridare impulso alla crescita”.
Proprio questa settimana l’Istat ha pubblicato gli ultimi dati sul clima di fiducia di consumatori e imprese. Se per i primi c’è un lieve calo, per le imprese si evidenzia una piccola ripresa che consente di recuperare parte di quando si era perso in precedenza. Un dato positivo, quindi ma ancora non influenzato dagli effetti della diffusione della malattia sui settori economici. E l’indicatore della Banca d’Italia €-coin in febbraio è ancora lievemente salito: l’andamento favorevole dell’occupazione e dei corsi azionari ha prevalso sulla perdurante debolezza del ciclo industriale.
Anche a Brescia, dov’è stata presenta l’indagine di Confcommercio sulle imprese del commercio, del turismo e dei servizi del Bresciano, commissionata a Format Research, il tema del coronavirus è entrato prepotentemente: "Dal punto di vista sanitario si vincerà questa battaglia, ma rischiamo di perderla dal punto di vista economico". Così Carlo Massoletti, presidente di Confcommercio Brescia, ha sintetizzato le paure raccolte dagli operatori del settore in gran parte attivi nel terziario. E i dati dell’indagine congiunturale illustrati dal direttore scientifico e presidente di Format Research Pierluigi Ascani, mostrano che proprio il terziario rappresenta il 65% delle imprese bresciane, il 55% degli occupati ed il 61% del valore aggiunto. Negli ultimi dieci anni, è stato inoltre quello che ha mostrato la maggiore vitalità. "Il 38% delle imprese del settore che hanno chiesto un prestito – ha sottolineato Ascani – lo ha fatto per fare investimenti, contro il 20% del resto d’Italia.