

L’Italia è certamente lunga e abbonda di funzionari pubblici ricchi di fantasia. Ne è una riprova quanto successo ad un autotrasportatore che, rientrando dopo una settimana di lavoro passata all’estero e convinto di poter circolare anche dopo l’entrata in vigore del divieto di circolazione, in quanto per gli automezzi provenienti dall’estero è prevista una apposita deroga, si è visto contestare una infrazione alle norme sulla circolazione e ritirare il libretto di circolazione. Il danno che si è creato all’impresa di questo conducente appare evidente. Il fermo amministrativo del mezzo ha ingenerato problemi organizzativi; l’autista e l’impresa hanno subito pesanti sanzioni pecuniarie, l’azienda ha dovuto rimborsare anche quelle del dipendente in quanto le disposizioni del viaggio era state fornite dalla stessa; il costo delle pratiche amministrative e dei ricorsi legali; senza contare il tempo speso, purtroppo inutilmente, per ottenere il riconoscimento di un diritto. Così però vanno le cose nel nostro Paese dove ogni pubblico funzionario è abituato a pensare da tempo di poter applicare le leggi come pare a lui. Non era la prima volta che il conducente usufruiva della deroga prevista per il rientro e ogni volta che era stato controllato gli era sempre stato riconosciuto il giusto diritto ad usufruire delle quattro ore concesse, per consentire il rientro in sede, per i conducenti di veicoli provenienti dall’estero e comprovati da idonea documentazione. I fatti sono semplici: l’autista, avendo raggiunto il limite massimo di guida consentita per rispettare le disposizioni sui tempi di guida, aveva interrotto il viaggio, come imposto dalle norme U.E. Terminato le ore di riposo, certo di avere a disposizione le quattro ore di franchigia, ha ripreso la marcia, come già effettuato altre volte, per raggiungere il luogo di fine viaggio. Mal gliene incolse perché questa volta i solerti agenti di polizia, adducendo che il viaggio era stato interrotto, hanno stabilito non spettasse al conducente la possibilità di concludere quel viaggio. Purtroppo anche il Prefetto, al quale si è appellato il malcapitato imprenditore, ha interpretato in tal senso la norma e ha respinto il ricorso. Delle due l’una: o hanno sbagliato nel passato i controllori del traffico e tutti coloro, autorità giudicanti comprese, che si sono dimostrati convinti esistesse il diritto di usufruire della deroga di quattro ore; o in errore sono caduti gli ultimi interpreti delle norme. La sostanza è una sola: ancora una volta il danneggiato è l’imprenditore che si è trovato di fronte ad una novità imprevista, non perché le disposizioni siano mutate, ma perché gli addetti ai controlli hanno deciso fosse così. Proprio come gli arbitri che hanno arbitrato contro l’Italia ai campionati del mondo. Quello che emerge e sorprende, al di là della interpretazione autentica che Conftrasporto richiederà al ministero dei trasporti e delle infrastrutture, è quale sia la ratio interpretativa che ha indotto in un così grossolano errore le autorità competenti. Se le loro teorie fossero avvalorate, si potrebbe prefigurare, infatti, una specie di istigazione a non rispettare il regolamento U.E. sui tempi di riposo. I conducenti infatti, se tale interpretazione fosse confermata, per non passare il tempo in qualche piazzola senza servizi, dopo una settimana trascorsa lontano da casa, sarebbero indotti a scegliere di non fermarsi a riposare, pur di raggiungere la meta che nella gran parte delle volte coincide con la loro abitazione, ponendo così in pericolo la sicurezza propria e degli altri. Ecco perché il legislatore ha voluto introdurre una apposita deroga per disciplinare questi casi particolari; ma si vede che non tutti considerano i conducenti dei Tir uomini aventi pari diritti come tanti altri e la sicurezza è sicurezza è, tutto sommato un elemento solo utile per i dibattiti.